La slesà

La Slesà

I rigori invernali e le abbondanti nevicate del Roero ci riportano al periodo in cui, nei nostri paesi, l’arrivo della neve era motivo di svago per piccini, ma soprattutto per adulti.

La neve si fermava infatti per mesi e mesi, rallentando la percezione del tempo e le attività lavorative; fino agli anni Cinquanta, molte discese naturali dei centri storici roerini diventavano scenario per vere e proprie gare nel gioco della Slesà.

La Slesà altro non era che una strada in discesa lastricata di ghiaccio, che veniva percorsa a gran velocità su ogni genere di slitta improvvisata, favorendo competizioni paesane e divertimento assicurato per il pubblico.

Vari erano i tipi di slitta utilizzata: lo “sleson”, pedana di legno con lame di ferro fissate nella parte inferiore, oppure semplici “lese”, assi di legno, spesso “ass da lavé” per il bucato rubate alle donne di casa.

Il terreno di gara veniva preparato meticolosamente: ogni sera, tirando l’acqua dal pozzo, si livellava lo strato di neve battuta per farlo gelare durante il rigore notturno.

Poiché gli abitanti della case affacciate sulla pista mal sopportavano le urla e gli schiamazzi nel clima di festa delle competizioni e il fatto di non poter transitare liberamente sul tragitto, spesso le piste gelate venivano sabotate con lo spargimento di cenere o acqua calda; gli agguerriti sfidanti organizzavano così delle vere e proprie veglie notturne di controllo, armati di “pinton” e bicchieri.

Nelle curve più ampie e pericolose venivano innalzate sponde di tufo e neve che raggiungevano anche il metro d’altezza, dove lo sleson prendeva gran velocità senza uscire dalla pista prima di affrontare il rettilineo finale. Il gioco della Slesà, sia diurno che serale, spesso diventava una vera e propria sfida di gruppo: le lese venivano legate l’una all’altra per guadagnare velocità oppure si creavano catene umane di partecipanti che intrecciavano gambe e braccia formando il cosiddetto “barcon”.

Il barcon aggregava dalle dieci alle venti persone al grido di battaglia “lassie ‘ndè mòle!”: le gambe del vicino servivano da timone al rimorchio umano, quindi meglio se morbide e manovrabili.

Talvolta si aumentava il grado di difficoltà del gioco con la “gara del pitu”: a metà pista veniva appeso un tacchino come trofeo da acchiappare (Montà), oppure veniva issato un palo da cui pendeva un anello da infilzare con il dito (Canale).
Il premio per i vincitori era il “pitu”: da qui il nome della competizione.

Un sacerdote del posto, don Filippo Chiesa, dedicò a questo divertimento un’ode in dialetto, che riportiamo in parte:

Fòrsa fieuj…andoma a la slesa, o cioché o l’ha dài set e mesa! Da jer sèira l’oma daje fin-a scur e o travaj l’ha nen smorane sicur.

Con le spale carià de sleson a sortiva ij giovò dai porton… “foma barcon”… e ti ‘t partìi… e d’arivè gran piasì ‘t l’avìi, ma nen tuti j’ero fortunà, tanti i la davo per la stra.

J’ero crij, j’ero braj, gambe ‘lva. D’antorn i corivo sbaruvà ma gnun mòrt a-i restava ‘n sa stra!

A la slesa j’era pa ‘d distinsion, tuti istess: patachin e sgnoron.

Se l’hai fave ante l temp torné ‘ndré, scuseme e vorèjme perdoné.

Per la slesa ch’a torna mai pì, giovo e vej… s-ciopaté ‘l man per piasì.

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