Nella notte tra il vecchio e il nuovo, il fuoco illuminava i bricchi del Roero.
La camera
Riscaldamento a pavimento. Bollitore e tisane. Asciugacapelli. Smart TV. Zanzariere.
La camera Il Falò nel Roero ha letto configurabile matrimoniale 160×190 o come due letti singoli 80×190. La finestra si affaccia sull’orto e sull’area giochi.
Il Falò
Il Falò di Carnevale
Tra il Martedì Grasso e il Mercoledì delle Ceneri, i bricchi del Roero si illuminavano di fuochi. Un rito antichissimo per “bruciare” il vecchio anno e dare il benvenuto al nuovo.
Antico rito pagano di prosperità, presente nella cultura e nelle tradizioni delle popolazioni rurali di tutta l’Europa, il Carnevale segna il momento del trapasso tra il vecchio e il nuovo anno agrario, simboleggiato nel contrasto tra inverno e primavera, tra bene e male.
Alla nuova annata si affidano giovanili speranze, mentre sul vecchio inverno si scaricano le colpe per la miseria e le sventure di tutta la comunità, attraverso un rituale dal significato catartico, di una vera e propria rinascita.
In questa accezione, la manifestazione forse più significativa, e ancora oggi praticata, nel Roero era il falò, che nella notte fra il Martedì Grasso e il Mercoledì delle Ceneri illuminava piazze e bricchi di tutti i “paesi delle Rocche”.
Una variante molto diffusa nei borghi e nelle frazioni di Montà era l’usanza di issare sul falò un “fantocc” (pupazzo), rappresentazione più realistica e diretta del “Carnevale ucciso” di altre usanze coeve legate alla stessa ricorrenza. Altra pratica molto diffusa era quella di aggiungere sulla sommità del mucchio di fascine accuratamente accatastate una serie di rami di ginepro o canapa che producevano scintille.
Dalla quantità di scintille che scaturivano dal fuoco era ritenuto possibile pronosticare l’andamento dell’annata, la prosperità dei raccolti come la produzione dei bachi da seta.
Intorno al falò si cantava, si beveva e si ballava, rompendo spesso anche violentemente con gli equilibri e le convenzioni sociali consolidate. Non a caso, i festeggiamenti carnevaleschi erano quelli che destavano le maggiori preoccupazioni del Clero, che annualmente ne condannava gli eccessi e ne faceva seguire devozioni “riparatorie” collettive quali missioni, esercizi spirituali, quarantore.
A Montà, la prima domenica di Quaresima, si celebrava inoltre la festa del “Carvé vej” (Carnevale vecchio) con un ulteriore falò e tanto di manifestazioni di corollario.