A tarda notte, di cortile in cortile, con un canto propiziatorio e il cesto del fratucin.
La camera
Riscaldamento a pavimento. Bollitore e tisane. Asciugacapelli. Smart TV. Zanzariere.
Disponibili su richiesta: letto aggiuntivo o lettino da campeggio con sponda di sicurezza per bambini piccoli.
La camera Cantè j’ov nel Roero ha letto matrimoniale 160×190. Dal balcone condiviso con il monolocale Le Masche, la vista spazia dalle colline delle Langhe al Monviso.
Cantè j’ov
La Questua delle Uova
Durante la Settimana Santa, gruppi di giovani percorrevano i cortili del Roero di notte, cantando e suonando per chiedere uova. Se i proprietari di casa esaudivano le loro richieste, i ragazzi cantavano canzoni propiziatorie, altrimenti ricevevano dileggi e maledizioni.
Il Canté j’öv era una cerimonia che si teneva durante la Settimana Santa, per parti di gruppi esclusivamente maschili e per lo più costituiti da giovani.
Veniva effettuato di sera e si protraeva sino a notte fonda, seguendo un canovaccio musicale e drammatico che si ripeteva di cortile in cortile. Giunti di fronte ad ogni casa, i questuanti eseguivano un canto a più strofe accompagnati da strumenti musicali quali il clarinetto, la fisarmonica, il genis, il tamburo.
I versi potevano variare di paese in paese, ma la struttura era la medesima: un esordio di presentazione, l’ossequio agli abitanti della casa e le scuse per il disturbo arrecato e l’ora tarda; seguiva poi la richiesta vera e propria delle uova, ed infine il congedo con soluzioni diverse a seconda dell’esito della questua.
Se era stata buona, si procedeva con il ringraziamento alla padrona di casa e la promessa di un ritorno l’anno seguente; se era stata infruttuosa, il dileggio e le maledizioni cadevano a pioggia sulla casa avara, sui suoi abitanti e sulle loro galline.
Le uova raccolte, ma anche i salumi e il vino, venivano poi consumate dal gruppo il Lunedì dell’Angelo, il giorno di Pasquetta e della tradizionale merendina nei prati.
Il Canté j’öv ha come matrici originarie le cerimonie propiziatorie primaverili celebrate nell’antichità pre-cristiana, legate ai cambiamenti stagionali ed ai culti agrari di fertilità. Il dono dell’uovo, principio germinale e simbolo di fertilità, è l’elemento saliente di questa ritualità arcaica molto diffusa in tutta Europa.
Altro aspetto curioso è quello che prevedeva la presenza del “fratucin”, un giovane vestito di un rozzo saio di sacco cui spettava tenere il cesto per le uova, e al quale il canto affibbiava intenti tutt’altro che penitenziali nei confronti delle ragazze da marito presenti nella casa.
Il Canté j’öv diventava così anche occasione di conoscenza e frequentazione delle ragazze, di approccio alle loro famiglie: una modalità di relazione tutt’altro che insignificante in una società rigida e dallo spiccato controllo parentale, quale era quella contadina di un tempo.
A Montà, la tradizione continua ancora oggi nella frazione di S. Rocco, dove i bambini la praticano nei giorni di Carnevale, con il volto cosparso di nero fumo.