Lassie ‘ndè mòle! — e giù per il ghiaccio, tutti uguali: poveracci e signoroni.
La camera
Riscaldamento a pavimento. Bollitore e tisane. Asciugacapelli. Smart TV. Zanzariere.
La camera La Slesà nel Roero ha letto configurabile matrimoniale 160×190 o come due letti singoli 80×190.
L’uscita diretta sotto il porticato la rende ideale per chi vuole un angolo all’aperto con tavoli e sedie sempre a disposizione.
La Slesà
La discesa con la slitta
D’inverno, le discese dei borghi del Roero diventavano piste di ghiaccio. Slitte improvvisate, veglie notturne, catene umane di venti persone. E qualcuno che cercava di sabotare tutto.
I rigori invernali e le abbondanti nevicate del Roero ci riportano al periodo in cui, nei nostri paesi, l’arrivo della neve era motivo di svago per piccini, ma soprattutto per adulti.
La neve si fermava per mesi e mesi, rallentando la percezione del tempo e le attività lavorative. Fino agli anni Cinquanta, molte discese naturali dei centri storici roerini diventavano scenario per vere e proprie gare nel gioco della Slesà.
La Slesà altro non era che una strada in discesa lastricata di ghiaccio, che veniva percorsa a gran velocità su ogni genere di slitta improvvisata, favorendo competizioni paesane e divertimento assicurato per il pubblico. Vari erano i tipi di slitta utilizzata: lo “sleson”, pedana di legno con lame di ferro fissate nella parte inferiore, oppure semplici “lese”, assi di legno, spesso “ass da lavé” per il bucato rubate alle donne di casa.
Il terreno di gara veniva preparato meticolosamente: ogni sera, tirando l’acqua dal pozzo, si livellava lo strato di neve battuta per farlo gelare durante il rigore notturno.
Poiché gli abitanti delle case affacciate sulla pista mal sopportavano le urla e gli schiamazzi nel clima di festa delle competizioni, spesso le piste gelate venivano sabotate con lo spargimento di cenere o acqua calda. Gli agguerriti sfidanti organizzavano così delle vere e proprie veglie notturne di controllo, armati di “pinton” e bicchieri.
Nelle curve più ampie e pericolose venivano innalzate sponde di tufo e neve che raggiungevano anche il metro d’altezza, dove lo sleson prendeva gran velocità senza uscire dalla pista prima di affrontare il rettilineo finale.
Il gioco della Slesà spesso diventava una vera e propria sfida di gruppo: le lese venivano legate l’una all’altra per guadagnare velocità oppure si creavano catene umane di partecipanti che intrecciavano gambe e braccia formando il cosiddetto “barcon”. Il barcon aggregava dalle dieci alle venti persone al grido di battaglia “lassie ‘ndè mòle!”: le gambe del vicino servivano da timone al rimorchio umano, quindi meglio se morbide e manovrabili.
Talvolta si aumentava il grado di difficoltà con la “gara del pitu”: a metà pista veniva appeso un tacchino come trofeo da acchiappare (Montà), oppure veniva issato un palo da cui pendeva un anello da infilzare con il dito (Canale).
Un sacerdote del posto, don Filippo Chiesa, dedicò a questo divertimento un’ode in dialetto piemontese:
Fòrsa fieuj…andoma a la slesa, o cioché o l’ha dài set e mesa!
Da jer sèira l’oma daje fin-a scur e o travaj l’ha nen smorane sicur.
Con le spale carià de sleson a sortiva ij giovò dai porton…
“foma barcon”… e ti ‘t partìi… e d’arivè gran piasì ‘t l’avìi,
ma nen tuti j’ero fortunà, tanti i la davo per la stra.
J’ero crij, j’ero braj, gambe ‘lva. D’antorn i corivo sbaruvà
ma gnun mòrt a-i restava ‘n sa stra!
A la slesa j’era pa ‘d distinsion, tuti istess: patachin e sgnoron.
Per la slesa ch’a torna mai pì, giovo e vej… s-ciopaté ‘l man per piasì.